18 - Rapporti tra comunità diverse servite da un unico Stato - Autodeterminazione

Alla scheda precedente

18.1) - A nessuna comunità di ragionevole entità e residente su un territorio in grado di assicurarne il sostentamento può essere negato il diritto a costituire un proprio Stato. I confini che delimitano i territori su cui hanno giurisdizione Stati diversi non sono ne’ sacri ne’ immutabili: le comunità che normalmente risiedono su un’area che sia zona di confine tra territori che al momento appartengano a Stati diversi detengono il diritto di scegliere quale, tra quelli confinanti, sia lo Stato che deve servirli.

Anche se non è lecito nutrire dei pregiudizi per coloro che sono diversi da noi, è abbastanza normale e comprensibile che ci capiti di sentirci a nostro agio più con persone che parlano la nostra lingua e che condividono con noi radici storiche e/o culturali.

Se poi si tratta di essere governati da qualcuno, può essere difficile riuscire a tollerare che questo qualcuno non faccia parte della "nostra gente": differenze di "linguaggio" e di mentalità possono creare incomprensioni che possono evolversi in ostilità. Per questi motivi, e fino a quando non avremo raggiunto un adeguato livello di apertura alla mondialità, è inevitabile l'esistenza degli Stati nazionali (anche all’interno di ‘Strutture Istituzionali’ più vaste), cioè degli Stati che fondano e sviluppano la loro struttura all'interno di una sola nazione.

Purtroppo, però, l'evoluzione della vita degli Stati esistenti sulla Terra è stata definita da eventi storici consistenti nella volontaria od obbligata presa d'atto dei rapporti di forza piuttosto che dal desiderio di pace e collaborazione tra le genti. Questa deprecabile consuetudine ha provocato la nascita e la sussistenza di Stati che, invece di rappresentare strutture tese a servire indifferentemente tutte le persone e le comunità rientranti nella loro giurisdizione, hanno pensato di avere il diritto di rappresentarne solo una parte o, facendo stupidamente valere la legge del più forte, hanno voluto occupare terre non loro, assorbendo in malo modo intere popolazioni nel proprio ambito d’azione.

È chiaro che le situazioni che così si sono create non hanno alcuna ragione di sussistere: è quindi necessario riconoscere il diritto di costituire un proprio Stato a tutte le genti raccolte in comunità stanziali in una qualsiasi parte della Terra.

Quanto scritto sopra, però, non significa che sia consigliabile il proliferare indiscriminato delle strutture statali! Il richiamo alla necessità che la comunità che voglia costituire un proprio Stato abbia una certa consistenza è un richiamo alla ragionevolezza dettato, oltre che da fondamentali considerazioni di economia di scala, anche da una considerazione sulle caratteristiche che ha assunto la vita dei singoli al giorno d’oggi: oggi i mezzi di trasporto e di telecomunicazione possono consentire agli uomini di spostarsi e di collegarsi tra loro con estrema facilità. Sarebbe anacronistico e non funzionale alla vita delle singole persone (il soggetto che rimane in assoluto il più importante!) che tali spostamenti e/o contatti siano ostacolati dalla presenza di una miriade di barriere materiali o normative.

Per le stesse ragioni, lo stato di fatto della delimitazione dei territori di competenza degli Stati non può essere ritenuta definitiva: se una popolazione normalmente insediata in un’area adiacente ad un confine ritenesse di essere meglio servita dallo Stato avente giurisdizione oltre l’attuale confine, non avrebbe senso opporre ad essa un diniego a trasferire a tale Stato le gestione dei servizi per tale popolazione, adducendo storie di intangibilità o sacralità dei confini della Patria.

Insomma: deve essere chiaro che per uno Stato il "perdere" un territorio la cui popolazione ha scelto l'indipendenza o l'adesione ad un altro Stato non è un disonore, anzi, seppure a fronte di una riduzione degli introiti dell’erario, quello è un momento di riduzione di attriti e conflittualità interna, è una riduzione delle seccature, è una riduzione dei "servizi" che lo Stato stesso deve rendere.

Le comunità locali, insomma, debbono vedersi riconosciuto pieno diritto a scegliere quale debba essere lo Stato che le deve servire, e possono istituirne di nuovi o cambiare quello di riferimento (portando sempre con sé un’adeguata e contrattata aliquota del debito pubblico dello Stato d’origine)

Nel tentativo di far accettare serenamente sia questa pacifica fluidità dei confini sia la costituzione di entità statali nuove, potrebbe essere utile indicare una sorta di parallelismo tra le norme che regolano l’ordinaria vita civile e quelle che dovrebbero regolare la vita delle comunità che fanno parte dei diversi Stati; considerato che gli Stati devono essere visti solo come strutture di servizio alle comunità che vivono nell’ambito della loro giurisdizione (punto 15.1) e null’altro, a sostegno delle tesi esposte cito una norma tranquillamente accettata, considerata essenzialmente equa da tutti, inserita nel vigente Codice Civile della Repubblica italiana (art. 1111), e riguardante la comunione: "Ciascuno dei partecipanti può sempre domandare lo scioglimento della comunione, ...omissis ...". Non si capisce perché questo principio, ritenuto comunemente corretto se riferito ad una singola persona, debba essere disconosciuto o per lo meno messo in discussione quando si riferisca ad un’intera comunità.

Eppure, se chiedete ad un italiano medio se il Sud Tirolo debba essere considerato italiano, egli vi risponderà di sì senza esitare. E non esiterà nemmeno un attimo a mettere in evidenza che con la prima guerra mondiale, l’Italia ha definito il suo confine a Nord, conquistando quelle terre, per cui "quella è Italia e loro, se non vogliono essere italiani se ne vadano in Austria ...": tanto può ancora oggi la cieca sotto-cultura nazionalista dispensata a piene mani dal MinCulPop!

Partendo da quanto ho scritto a commento al punto 15.1 (" ... un qualunque Stato non deve essere considerato come un totem dinanzi al quale si devono inchinare coloro che sono capitati a vivere nell'ambito della sua attuale giurisdizione territoriale, è solo una struttura di servizio ... "), penso di poter bollare come esempio di assoluta stupidità (o di spudorata malafede) quello della rivendicazione, da parte di uno Stato, di un "diritto di proprietà" di un qualsiasi territorio abitato, contro l’espressa volontà di conseguire l’indipendenza espressa dagli abitanti di quello stesso territorio e penso di poter sostenere che sia sempre auspicabile l’applicazione del principio sancito, nel Codice Civile Italiano, dall’articolo 1111 (sempre, cioè Curdi, Baschi, Catalani, Nord-Irlandesi, Tibetani, Serbi di Bosnia, Serbi delle Kraine, Kosovari, Ceceni, Osseti, Abkazi,..., Hutu, Tutsi, ..., abitanti di Timor o del Quebec, ..., Tamil, ...,Fiamminghi, Valloni, ..., Sud-Tirolesi/Alto-Atesini, ..., Corsi, e chi più ne ha più ne metta ...)

18.2) - Il Capo dello Stato, il Governo, lo Stato Maggiore delle forze armate ed i Capi dei corpi di polizia sono da considerare oggettivamente responsabili della sicurezza dei loro cittadini, con particolare riguardo alle minoranze etniche, religiose e politiche. Nel caso in cui si verifichino violazioni dei diritti dei componenti di tali minoranze, essi saranno ritenuti direttamente responsabili, a meno che non dimostrino dinnanzi ad un tribunale internazionale di aver fatto tutto quanto era nelle loro possibilità per evitare dette violazioni.

Anche quando si decida di lasciare libero campo a referendum popolari tesi ad individuare secessioni, adesioni di regioni a Stati diversi da quello sotto la cui giurisdizione attualmente ricadono, è e sarà sempre inevitabile che nell’ambito territoriale di giurisdizione di uno Stato esistano minoranze etniche, religiose o linguistiche (le minoranze politiche, poi, esistono anche all’interno di Stati con popolazione assolutamente omogenea per etnia, religione,.cultura, ecc.)

Queste minoranze devono essere incondizionatamente protette da eventuali azioni tese a mettere in pericolo la incolumità dei loro componenti o la violazione dei diritti dei medesimi.

È necessario fare riferimento alle situazioni che si creano all’interno dei singoli Stati perché è proprio quando si sono create situazioni di conflitto e di oppressione all’interno di un singolo Stato che si sono verificate le più crudeli violazioni dei diritti dell’uomo: desaparecidos, stupri di massa, pulizie etniche, incarcerazioni per i cosiddetti reati d’opinione (come se lo Stato, invece di essere un efficiente servitore, potesse o addirittura dovesse essere padrone assoluto non solo dei suoi cittadini ma anche della loro mente ..!!..), e quant’altro possa essere evocato.

È chiaro che questi fatti, anche se accadono all’interno dei territori che al momento ricadono nell’ambito della giurisdizione di uno Stato, non possono essere passati sotto silenzio da parte della comunità umana (com’è accettato dalla demenziale Carta della Organizzazione Non Utile – ONU), così come è chiaro che essi possono verificarsi in forma non episodica solo con la tacita o palese approvazione di coloro che detengono il potere nello Stato medesimo. Nonostante ciò, secondo una mentalità ancora troppo diffusa, i vertici politico-militari degli Stati godono di una specie di immunità diplomatico-politica, per cui contro di essi non si procede penalmente: è ora che questa immunità scompaia!

Quei signori che detengono una qualsiasi forma di potere devono rendersi conto che a fianco degli onori esistono gli "oneri": a fronte delle parate e delle sfilate in loro onore è necessario che essi rispondano del loro comportamento nei riguardi dei loro concittadini, con speciale riferimento a cittadini che in un modo o nell’altro sono più "a rischio", facendo parte di "minoranze".

La comunità internazionale deve mettere a punto mezzi e metodi che permettano concretamente di procedere legalmente contro quei capi che non adempiano al loro dovere di essere garanti della vita e dell’incolumità dei loro cittadini o che non dimostrino di essersi impegnati a fondo per assicurare il rispetto dei loro diritti primordiali.

18.3) - Nel consesso mondiale delle nazioni, non deve poter essere riconosciuto come legittimo rappresentante di una qualunque entità statale chi si sia macchiato di atti di terrorismo, seppur nell’ambito di azioni tese alla rivendicazione dei diritti citati in queste schede.

Purtroppo, per la cecità e l’ostinazione di molti "capi", capita spesso che rivendicazioni di diritti da parte di comunità inglobate forzatamente all’interno di uno Stato sfocino in episodi di violenza, se non di lotta armata organizzata o guerra civile.

L’esistenza di una situazione di conflitto portato alle estreme conseguenze non rende lecito, però, l’effettuazioni di operazioni che mirino a porre in pericolo o ad uccidere persone inermi o che concretizzino situazioni di pericolo immediato per esse. È disumano, ad esempio, che, per colpire un capo militare "nemico", si organizzi un attentato in cui possano essere coinvolti bambini, donne, o inermi ed innocenti cittadini, e non è da considerare degno di rappresentare una sia pur minima parte dell’umanità chi progetti e attui (o faccia attuare) gesti di quel genere.

È capitato, invece, che capi terroristi siano divenuti Capi di Governo o Capi di Stato; questo non può essere supinamente accettato: le mani da cui gronda sangue innocente non sono degne di essere strette da altri 'rappresentanti di una qualsiasi "fetta" di umanità.