16 - Rapporti tra Stato e cittadini

Alla scheda precedente

16.1) - Dovere fondamentale di ogni Stato è quello di operare al meglio delle sue possibilità per assicurare il diritto alla vita dei cittadini che amministra.

Ogni Stato è struttura di servizio per i suoi cittadini, quindi, per prima cosa, deve avere dei cittadini e deve fare quanto in suo potere per conservarseli.

E questo dovere lo Stato lo deve compiere in vario modo ed a vari livelli: dal combattere la criminalità e la violenza, che in un attimo possono far perdere la vita, all'assicurare ai cittadini le debite cure quando sono ammalati (ammalati davvero, non per finta o per comodo), al tentare concretamente il tentabile per offrire a tutti la possibilità di reperire i necessari mezzi di sostentamento.

16.2) - Ogni Stato ha il dovere di assicurare ai propri cittadini l'esercizio di tutti gli altri diritti elencati nelle schede 'Uomo e società civile'; ciò anche contro l'interferenza di terzi.

Ogni individuo non è titolare del solo diritto a vivere, per cui la funzione propria dello Stato si deve estendere fino a rendere possibile al cittadino l'esercizio di tutti quegli altri suoi diritti indicati nelle citate 'schede'.

Non è necessario, però, che sia la struttura-Stato a garantire direttamente l'esercizio dei diritti della persona: è possibile che, per ragioni organizzative o funzionali o di efficienza, lo Stato debba o possa demandare ad altri la gestione dei servizi in cui si materializzino le condizioni necessarie alla fruizione dei diritti dei singoli, e, in alcuni casi, per agevolare il godimento dei diritti propri dei cittadini, è anche possibile che sia sufficiente l'emanazione da parte degli organi statali competenti di adeguate norme di legge.

16.3) - La regolamentazione dell'esercizio dei diritti dei cittadini non deve essere redatta in spirito restrittivo e deve privilegiare, nell'ordine, i diritti dell'individuo, della famiglia, dei gruppi organizzati, della generalità della comunità. Solo il mancato adempimento dei propri doveri da parte dei cittadini può autorizzare lo Stato a far decadere o limitare il godimento dei diritti cui si riferisce il presente testo.

Lo Stato deve servire il cittadino, non opprimerlo, è quindi necessario che le leggi non siano inutilmente restrittive della libertà di condotta dei cittadini medesimi. Deve essere vietato solo e tutto ciò che nuoce, indipendentemente dal fatto che al momento sia gradito o sgradito alla pubblica opinione.

Le leggi non devono essere inutilmente restrittive, ma non devono nemmeno concedere troppo spazio a coloro che hanno tendenza a prevaricare i loro simili: lo Stato si deve occupare e preoccupare di tutelare i diritti delle entità che ne sono titolari, specialmente se esse non hanno materialmente la possibilità di farli valere a causa della loro intrinseca debolezza. Quindi per primo deve essere protetto il singolo (che è il più debole), in seconda battuta a dover essere tutelata è la famiglia (più forte ma anch'essa assai vulnerabile), poi i gruppi organizzati, ed infine la comunità tutta.

Questa graduatoria degli aventi diritto ad essere tutelati dallo Stato giustifica quanto scritto al precedente capoverso in merito alla irrilevanza del gradimento della pubblica opinione. Ci sono diritti dei singoli che debbono essere tutelati anche contro il momentaneo gradimento della piazza: il diritto alla vita (il linciaggio non può essere tollerato), il diritto alla privacy (ciascuno è re in casa propria ed è unico titolare della propria identità e della propria immagine, checché ne dicano i cronisti dei giornali scandalistici e gli impiccioni che fanno la fortuna di quelle pubblicazioni)

Chi non assolve ai suoi propri doveri deve essere in qualche modo punito ("nulla lege sine pena"), e la punizione possibile può essere di due tipi: l'imposizione o l'aggravio di un dovere o la limitazione del godimento di un diritto o della fruizione di un servizio.

Il mancato assolvimento di un dovere e solo il mancato assolvimento di un dovere giustifica la limitazione del godimento di uno o più diritti: etnia, religione, sesso, censo, fama non possono costituire motivazioni accettabili per giustificare od aggravare tali limitazioni o per evitarle.

16.4) - Ogni Stato ha il diritto di pretendere dai singoli individui e da loro associazioni o gruppi l'adempimento dei doveri di operosità e di solidarietà nei confronti della comunità di cui fanno parte o di cui hanno fatto parte e di agire contro di essi se non adempiono a tali doveri.

Lo Stato deve perseguire in ogni modo il bene dei suoi cittadini, per cui, nell'ambito del comune sforzo dell'umanità nella ricerca di migliorare le condizioni di vita sul pianeta, ogni Stato può e deve fare quanto in suo potere per orientare l'azione dei suoi cittadini verso una fattiva collaborazione col resto della comunità nazionale e col resto dell'intera umanità.

Questo atteggiamento di apertura verso gli altri, questa partecipazione attiva e fattiva alla vita sociale non deve essere prerogativa degli appartenenti a confessioni religiose o degli aderenti a movimenti orientati da particolari ideologie: è necessario che questo sia l'atteggiamento standard degli uomini, in quanto al di fuori di esso c'è spazio solo per la legge della giungla o per suoi adattamenti.

16.5) - Ogni Stato ha il dovere di dotarsi di un corpo di leggi chiaramente definito e facilmente comprensibile dai cittadini. Tale corpo di leggi non dovrà contenere alcuna norma in contrasto con quanto esposto nelle ‘Riflessioni sulla condizione umana’.

Tutti debbono rispettare le leggi dello Stato che organizza la vita sociale della comunità di cui fanno parte, ma per rispettare una legge è necessario conoscerla.

È per questo che qualsiasi Stato deve "produrre" leggi comprensibili e di facile lettura.

Mille anni fa, quando i ritmi della vita erano quelli che erano e la legislazione era argomento per tre saggi, che potevano dissertarne per puro amore della speculazione filosofica, allora avrebbe anche potuto essere accettato di buon grado il perpetuo rinvio di norme di legge ad altre norme antecedenti, in quanto tali meccanismi avrebbero potuto essere considerati come passatempi a livello di puzzle. Inoltre, i servi della gleba (la maggioranza della scarsa popolazione esistente) non avrebbero avuto alcuna ragione per conoscere delle leggi che li considerava come cose.

Oggi no! Oggi ognuno di noi dispone di mille modi per passare il tempo in modo più utile e piacevole dell'inseguire il filo d'Arianna che si dipana tra innumerevoli leggi-matrioske, specie laddove (vedi Italia) di leggi in vigore ce ne sono diverse decine di migliaia.

E c'è anche una motivazione istituzionale di questa esigenza di chiarezza: oggi, in un'epoca storica in cui tutti i governi si dicono democratici, è inaccettabile che i teorici detentori del potere, cioè i cittadini, non riescano nemmeno a rendersi conto delle leggi di cui essi stessi, seppure con l'intermediazione del Parlamento, debbono essere considerati quali veri autori...

16.6) - Ogni Stato ha il dovere di dotarsi di un sistema giudiziario ragionevolmente rapido e di far sì che la Giustizia sia certa e sicura.

Non tutto, nella vita di ogni giorno, è pacifico: contrasti di qualunque genere e comportamenti che scivolano al di fuori dei canoni stabiliti dalle leggi vigenti richiedono la presenza di entità strutturate e finalizzate a dirimere i contrasti tra i cittadini ed a correggere e/o punire chi viola la legge.

Questo insieme di entità strutturate sono conosciute sotto il nome di sistema giudiziario. Ebbene, è necessario che tale insieme non dipenda dal privato (in quanto deve essere super partes) e che funzioni bene, per il solito motivo: la struttura pubblica deve semplificare la vita del cittadino. E non è semplice la vita di chi veda procedimenti giudiziari dilungarsi per diversi anni, e non è facile la vita di chi subisce il torto di una sentenza iniqua (che è sempre possibile per la fallibilità umana, ma che dovrebbe rappresentare davvero una eccezione).

16.7) - Ogni Stato ha il dovere di dotarsi di un sistema fiscale semplice, che faccia corretto riferimento alla capacità contributiva dei cittadini, gestito in maniera snella e con spirito non ossessivamente punitivo.

Lo Stato non è una entità immateriale: è una struttura che si serve di persone fisiche che utilizzano i mezzi tecnici che lo Stato medesimo deve mettere a loro disposizione. Ma le persone hanno bisogno di quattrini per vivere ed i mezzi tecnici si acquistano con altri quattrini e, inoltre, ci vogliono quattrini per intervenire in modo concreto nell'orientare la vita economica e per attrezzare i servizi richiesti dalla comunità.

Siccome lo Stato deve servire tutti, tutti debbono contribuire al suo finanziamento.

Ma quanto deve pagare ogni cittadino?

È ragionevole affermare che il contributo di ogni cittadino deve essere commisurato alle "capacità" delle sue tasche: non si deve dimenticare, infatti, che solo grazie all'esistenza della organizzazione sociale il ricco può essere tale.

Ma i problemi relativi alla fiscalità non si riducono all'individuazione di chi debba pagare o, meglio, di quanto debba versare a fisco ogni cittadino: c'è anche il problema del come viene chiesto al contribuente di essere tale.

Un sistema fiscale che ossessioni il cittadino con formalità, col numero delle imposte, con la macchinosità della definizione degli importi da versare (cioè un sistema fiscale come quello italiano) è un sistema non confacente alla ragion d'essere dello Stato che, non dobbiamo dimenticare, sta nel servire il cittadino, non nell'esasperarlo.

16.8) - Lo Stato ha diritto di intervenire sull'economia al fine di regolare e garantire l'oculato sviluppo della comunità nazionale, in modo da migliorare le condizioni di vita e di favorire l'aggancio ai meccanismi economici da parte dei più deboli.

Stando al precedente punto 16.2, lo Stato deve anche fare quanto è in suo potere per assicurare la sussistenza di condizioni economiche e sociali tali da consentire ai cittadini di reperire i mezzi di sostentamento sufficienti (per sé e per la loro famiglia).

Però, perché la struttura-Stato possa essere considerata responsabile della creazione delle condizioni di cui sopra è necessario riconoscerle il diritto di intervenire in economia, per orientarla, per correggerne le disfunzioni e per eliminare (o quanto meno limitare) gli istinti di sopraffazione che a volte ispirano quelle che sono, al momento, le classi sociali più forti. L’ultima voce dell’elenco è riferita agli "opposti estremismi": dalla illicenziabilità dei lavativi (divenuta norma nei momenti di strapotere di un sindacalismo massimalista e retrivo) al diritto dell’imprenditore di rilocalizzare la propria azienda da un giorno all’altro per cercare ambiti socialmente meno attivi ed a dispetto del diritto dei lavoratori ad un adeguato livello di sicurezza sociale.

Per concludere, mentre è palese la necessità della prevalenza delle esigenze della politica su quelle della finanza e dell’imprenditoria (perché la politica riguarda indiscriminatamente tutti ed ogni aspetto della vita sociale mentre finanza ed imprenditoria, pur generando ricadute importanti su tutta la comunità, si interessano solo di un seppur importante aspetto della vita sociale), le esperienze che il procedere della storia ci ha posto davanti impongono l'apposizione di due precisi "paletti" a limitare l’intervento dello Stato:

- lo Stato non deve invadere l’economia divenendo imprenditore (l’esperienza del socialismo reale costituisce il più grande fallimento economico che si conosca e le diverse forme di "partecipazioni statali" non monopolistiche sono sempre state dei pozzi senza fondo per i nostri quattrini);

- fatte salve alcune situazioni imprevedibili ed improvvise, lo Stato non deve elargire contributi a fondo perduto (pratica che spesso ha convinto molti pseudo imprenditori ad avviare fallimentari attività, al solo scopo di acquisire risorse che a loro non sono costate nulla)

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