Scheda 10 - Proprietà, accessibilità ed utilizzo dei beni esistenti sulla Terra

Alla scheda precedente

10.1) - Il pianeta Terra appartiene all'Umanità odierna e futura.

La Terra è il supporto fisico su cui si svolge la vita di ogni uomo presente e si svolgerà la vita di ogni uomo futuro, per questo il diritto di disporre dei beni terrestri materiali ed ambientali necessari alla vita è da considerare conseguenza diretta dello stesso diritto alla vita.

Il pianeta è di tutti, in quanto tutti hanno diritto di vivere su di esso.

Nessuno può accampare su di esso o su una sua parte diritti che non derivino da una oculata scelta di gestione dei beni da parte della società civile.

10.2) - Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza su tutta la Terra. Non può accedere solo a zone definite e delimitate dagli Stati e connesse alla sicurezza degli Stati medesimi o delle Nazioni che amministrano.

Tra le varie libertà di ogni uomo c'è quella di spostarsi sulla faccia del Pianeta, come e quando vuole e può (economicamente), in quanto "la Terra appartiene all'Umanità". Tutti noi, quindi, abbiamo diritto al libero accesso ovunque.

Fanno eccezione, fino a quando non verranno abbattute tutte le frontiere, le aree giudicate dagli Stati come riservate alla sicurezza del Paese che rappresentano.

Il diritto a trasferirsi tra diverse zone della superficie della Terra non implica l'automatica acquisizione dei diritti posseduti dai residenti nello Stato in cui ci si sposta, in quanto tali diritti sono stati "pagati" dalla comunità che lì vive e lì ha posto le sue radici.

Questa precisazione nulla toglie ai doveri di solidarietà che ogni uomo ha nei confronti di ogni suo simile.

10.3) - Da solo o in libera associazione con altri, ogni individuo detiene il diritto a gestire una parte dei beni esistenti sulla Terra. Questo diritto si chiama diritto di proprietà.

Forse l'umanità poteva semplicemente servirsi di quanto il pianeta spontaneamente offriva quando gli abitanti erano pochi milioni.

Oggi, per una infinità di ragioni, ciò non è più possibile.

Oggi è necessario "coltivare" le risorse naturali per ottenere beni in misura sufficiente alla sopravvivenza del genere umano, come è necessario mantenere la diversificazione tra diverse attività svolte degli uomini.

Se è necessario "coltivare" le risorse naturali della Terra, è anche necessario che chi si impegna ad operare in tale "coltivazione" possa disporre liberamente dei beni necessari al suo lavoro: non deve essere necessario un referendum per ogni scelta individuale di tipo economico. Ogni operatore economico, di conseguenza, deve avere piena disponibilità dei beni che gli servono nella sua attività.

È da tenere ben presente che tale diritto alla piena disponibilità dei beni da parte della persona (fisica o giuridica che sia) è strettamente collegato alla utilità della sua attività all'interno della struttura sociale, in sostanza deve essere considerata un affidamento fiduciario condizionato.

Oggi, è inutile ed antistorico lo sviluppo di considerazioni sulla proprietà collettiva dei beni produttivi: tutti noi abbiamo visto i risultati raggiunti dai Paesi che hanno sperimentato sulla propria pelle tale forma di organizzazione di base dell'economia, e pare ovvio che nessuna persona onesta, sensata ed intelligente possa avere voglia di riprovare.

10.4) - Ogni individuo deve finalizzare la proprietà dei beni e la loro gestione, nell'ordine,

- al sostentamento attuale e futuro sia proprio che della propria famiglia;

- alla produzione di beni e servizi per la comunità umana;

- alla costituzione di riserve da investire in future attività.

La gestione dei beni produttivi è finalizzata a produrre "ricchezza" (beni di consumo, strumenti, mezzi destinati al riutilizzo in altri cicli di produzione, ecc.) e "servizi".

È ovvio che chi opera producendo ricchezza e servizi lo fa per averne un utile: deve essere chiaro, però, che tale utile non è un valore assoluto di fronte al quale tutto deve essere sacrificato.

È bene che sia chiara e riconosciuta una gerarchia dei valori sociali cui è corretto fare riferimento nella propria attività, che deve essere principalmente attività funzionale al bene sociale. In caso contrario non si vede perché la società tutta dovrebbe tollerare e lasciar prosperare un "corpo estraneo" al proprio interno.

10.5) - I modi di acquisto, i casi di perdita ed i limiti del diritto di proprietà sono stabiliti da leggi proprie di ogni Stato.

Pur con le premesse di cui ai punti precedenti, non è errato il consentire i passaggi di proprietà tra generazioni successive della stessa famiglia, in quanto gli eredi hanno avuto la possibilità di conoscere meglio di chiunque altro e quindi di sfruttare al meglio quanto ricevono in eredità. Se si dimostreranno incapaci, come spesso capita, saranno "sollevati" dall'incarico di gestire i beni loro trasmessi al momento in cui saranno costretti a vendere.

È da notare che la possibilità di lasciare un bene ai propri discendenti può costituire uno stimolo per i singoli: ognuno può essere spinto a lavorare di più e meglio se sa che i suoi figli potranno godere del frutto del suo lavoro, e questo interesse "personale" si trasforma in benessere sociale.

E non è sbagliato nemmeno il passaggio tramite compravendita dei beni produttivi: chi è riuscito a produrre una "riserva" sufficiente ad acquistare un bene ha dato prova di sé nella sua attività precedente, quindi merita tutta la fiducia che chiede alla società con l'acquisto.

Chi non usa correttamente i beni od ostacola in qualche modo la realizzazione di un bene maggiore per la società può essere privato del diritto di proprietà dei beni medesimi ed il suo diritto a riceverne una contropartita (indennizzo) può dipendere da condizioni locali particolari, previste e regolate dalla legge.

10.6) - Ogni individuo ha il dovere di usare correttamente i beni di sua proprietà, in modo da non impoverire, deturpare o inquinare il Pianeta più dello stretto necessario. Nessuno può arrogarsi il diritto di provocare danni irreversibili all'ambiente.

Il pianeta Terra deve essere vivibile anche per le generazioni future, non deve, quindi, essere spremuto fino all'osso delle sue risorse non rinnovabili, non deve essere devastato dalle generazioni attuali.

Ma non è sufficiente che il pianeta mantenga una sua complessiva vivibilità: è necessario che ognuno si faccia personalmente carico di conservare e possibilmente migliorare la vivibilità di quell'angolo di mondo in cui si trova ad agire. Non si può consentire che per una manciata di soldi qualcuno provochi un danno all'ambiente naturale non risarcibile entro un lasso di tempo molto limitato.

La combinazione dei concetti appena espressi porta ad una conseguenza di portata mondiale: siamo costretti a ripudiare ed a combattere a fondo la civiltà dei consumi, civiltà (si fa per dire) che può esaltarsi solo macinando risorse. Quindi non deve più essere considerato un fatto positivo l'incremento dei consumi se superiore all'aumento demografico in una comunità che viva ad un livello già decoroso. Non deve più essere argomento di vanto il cambiare un'auto al mese o un abito a settimana: anzi, chi conserva tali abitudini deve essere considerato un mascalzone, nemico della Terra e dell'umanità.

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